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agosto 8, 2016 / Cento passi

Islanda, terra di muschi e di folletti


fiori islanda vergari

L’Islanda è una terra che ti stupisce.

Ho girato molto ma devo dire che non mi era mai capitato prima di essere sorpreso dalla bellezza non solo ogni giorno sempre di più, ma anche a ogni svolta di strada, a ogni baia, a ogni fiordo, a ogni ora, soprattutto durante gli interminabili tramonti di giugno, dove il sole sembra rimanga incastrato nel cielo e non abbi nessuna voglia di andare a dormire, e se dorme, dorme con un occhio solo e per molto poco!

C’è un detto islandese molto carino che recita; se vi perdete in un bosco non vi perdete d’animo, basta alzarvi in piedi e vi troveranno subito. E in effetti i boschi sono molto rari nell’isola; l’unico degno di rilievo è quello di betulle sotto le imponenti pareti di roccia del Asbyrgi Cliffs, uno dei luoghi sicuramente più magici dell’isola.

Asbyrgi cliffs islandaMagico non solo per la bellezza del luogo –  immaginatevi un enorme anfiteatro naturale di quasi 3 chilometri, circondato da tre lati da una parete verticale di basalto alta un centinaio di metri, completamente ricoperto da betulle, larici e salici su uno strato di sassi ricoperti da morbido muschio e licheni – ma perché questo è considerato uno dei luoghi più sacri di tutta l’Islanda. E’ qui, raccontano le leggende islandesi, che uno degli otto zoccoli del cavallo di Odino abbia scalciato sulla terra la sua impronta, ma è anche qui che, senza sforzarsi tanto, tra le colonne di basalto macchiate dai licheni, si possono vedere le sagome, le forme di Elfi pietrificati da un potente stregone. Se vi inoltrate nei silenziosi sentieri che percorrono il bosco e vi affacciate al laghetto di Botnstjorn, caperete da soli perché questo luogo è considerata la capitale dell’huldufolk, il popolo nascosto, la strana popolazione islandese di elfi, fate e nani che normalmente si nasconde sottoterra  alla vista degli uomini.

case per gli elfi islandaSe a noi una cosa del genere ci fa sorridere, non è così per un islandese che non solo ci crede, ma giura anche di averne visto qualcuno e ci sono persino commissioni pubbliche che si riuniscono, soprattutto in occasione di costruzione di strade o edifici, per appurare che il sito scelto non vada a danneggiare eventuali abitazioni e residenze del hulufolk. E così non deve stupire l’uso e la consuetudine di vedere, nei giardinetti davanti alle villette islandesi, altre piccole casette, di solito tre, fatte apposta per ospitare il popolo nascosto, con magari un piccolo nano di cemento che ti saluta.

muschio islandaMa ritorniamo all’Islanda e alla sua bellezza e ai muschi. Se ne siete amanti qui potete trovare il vostro paradiso e vedere tutte le sfumature dei suoi verdi – che vanno dal verde asparago, al verde giada, al verde foglia di te, al verde olivina, al verde pistacchio, al verde veronese, al verde smeraldo, al verde primo e tutte le sfumature nel mezzo – e potrete passeggiare sopra i suoi morbidi cuscini che ricoprono le colate laviche più vecchie e che ti fanno sembrare di camminare  su un materasso ad acqua.

D’altra parte qui con tutta la ricchezza d’acqua, con il clima spesso piovoso, con una temperatura non troppo elevata, il muschio ha il suo habitat ideale, per non parlare poi delle pareti accanto alle numerose cascate, investite dall’aerosol del getto d’acqua, che aumenta ancor di più l’umidità dell’ambiente e quindi la crescita di questo particolare organo vegetale.

cascata di Seljalandsfoss picAndate alla cascata di Dettifoss o di Seljalandsfoss per vedere di cosa è capace la natura, nel far crescere il muschio anche su pareti pressoché verticali, fin dove arrivano gli spruzzi portati dallo spostamento delle masse d’acqua.

Se poi con i muschi siete soddisfatti passiamo alla voce lupini. Si, le distese selvatiche di lupini sono incredibili! Portati nel secolo scorso dall’Alaska, simile nelle condizioni climatiche e di emisfero, per arricchire il terreno con le loro radici azotofissatrici, hanno in breve dilagato in ogni parte dell’isola e addirittura si stanno prendendo dei provvedimenti per estirparli o contenerli, perché chiaramente con la loro densa fioritura, soffocano e si sostituiscono alla flora autoctona. Nella zona dei fiordi occidentali ci eravamo imbattuti in grandi prati di lupini e ci sembravano già fioriture eccezionali, ma quando siamo passati nella costa meridionale, attraverso le grandi distese detritiche dei sandur, siamo rimasti esterrefatti dall’immensità di tali fioriture, estese per chilometri in ogni direzione. Naturalmente per gustarsi tale spettacolare fioritura bisogna venire in Islanda nella seconda metà di giugno. Il colore blu, screziato di bianco della loro fioritura si intona perfettamente al cielo artico dell’Islanda, con il suo azzurro carico macchiettato da cirri e cumuli bianchi e grigi.

lupini islandaUn accenno a parte a queste grandi distese desertiche chiamate localmente sandur, termine che poi è entrato nel linguaggio corrente geologico proprio per indicare delle grandi distese di detriti alluvionali creati dall’acqua di fusione dei ghiacciai. In effetti la zona intorno al grande vulcano Vatnajokull, la terza calotta glaciale per estensione dopo l’Antartide e la Groenlandia, è storicamente una produttrice di enormi inondazioni, chiamati localmente jokulhlaup, dovuti ai vulcani attivi che periodicamente sciolgono parte della calotta ghiacciata. Non è una caso che tutta questa zona fosse la meno abitata e che fino agli anni 30 del secolo scorso era pressoché impossibile da attraversare. Nel 1996, l’eruzione di un vulcano sotto il ghiacciaio, provocò l’ultima disastrosa jokulhlaup, sciogliendo 45.000 metri cubi d’acqua, che spazzo via in più punti la Hringvegur, l’unica strada asfaltata che percorre tutta l’isola, costringendo, chi abitava nella zona orientale, a farsi quasi mille chilometri per arrivare a Rejkiavik o a Vik.

salice nano islandaSe poi siete amanti dei bonsai qui potete vedere tanti esemplari di betulle nane, come la betula pubescens, e di salici, come il salice artico salix arctic, il salice lanuginoso salix lanata, il salice nano salix herbacea, che si sviluppano in altezza per poche decina di centimetri e non di più, sopravvivendo solo così al vento e alla neve. Eppure un tempo, prima dell’arrivo dei vichinghi nel secolo X circa, le cronache parlano di una terra assai boscosa, ma secoli di sfruttamento intensivo, vuoi per riscaldamento, sia per la costruzione di case e navi, hanno fatto si che di alberi ne rimangano davvero pochi. Di menzione i bellissimi e antichi sorbi, sorbus aucuparia,  forse tra gli alberi più vecchi dell’Islanda, presso una delle chiesette più belle e caratteristiche di tutto il sud dell’isola, chiamata Hofskirka. Qui gli alberi proteggono ancora la semplice costruzione, con le ripide falde del tetto di torba, e fanno ombra alle semplici tombe che, se non fosse per la croce sopra, apparirebbero aiuole rialzate pronte per essere usate per piantare cavoli e altre verdure.

cimitero di Hofskirka islandaDa ricordarsi poi di una delle piante più utilizzate dalle massai islandesi per fare una gustosa marmellata; il rabarbaro. Con un clima umido e fresco come quello islandese la pianta cresce che è una meraviglia e infatti spesso si vedono le enormi foglie cresciute anche in maniera selvatica, spesso circondata da antichi muretti a secco, probabilmente per preservarla dall’essere mangiata da cavalli e pecore al pascolo. Da provare assolutamente quella fatta in casa dalla famiglia Finnbogi, che gestisce da generazioni la sua tradizionale casa con il tetto d’erba di Litlibaer, e prepara sul momento gustosi waffel con panna e, naturalmente, marmellata di rabarbaro o di mirtillo con una bella dose di panna montata.

orchidea islandaIn Islanda poi capita poi di fare anche incontri inattesi, come con un orchidea cresciuta nella sassosa morena di un ghiacciaio, o possiamo anche impiegare il nostro tempo a cercare di riconoscere le varie specie di alchemilla – ci sono la vulgaris, la mollis, la alpina e faeroensis – e probabilmente rimarremo incantati più di una volta dal luccicare argenteo delle foglie della potentilla anserina in primo piano, sullo sfondo di un susseguirsi di montagne verdi screziate del bianco di nevai, che il tenue sole estivo non riesce ancora a sciogliere.

 

 

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ottobre 6, 2014 / Cento passi

Georgia, viaggio nello Svaneti

ottobre 6, 2014 / Cento passi

Mestia, nel cuore dello Svaneti

Mestia e’ a 1400 metri di altitudine, la stessa altezza del passo dell’Abetone e di Castelluccio, uno dei luoghi più alti perennemente abitati in Italia.

Ma qui siamo in Georgia e Mestia e’ solo il paese più grande della regione dello Svaneti, ma alcuni villaggi sono situati diverse centinaia di metri ancora più in alto.
Ushguli, a circa 40 km da Mestia, vanta di essere il luogo abitato stabilmente più alto d’Europa, a circa 2200 metri di altezza.
Ma la Georgia rientra in Europa?
Questa è un antica diatriba che non sarà mai chiarita perché dipende da come si considera il continente e i suoi confini orientali; la divisione tra Asia ed Europa ha varie sfumature. La Georgia è comunque uno stato per molti versi più orientato all’Europa che all’Asia, soprattutto come cultura, religione e tradizioni.
Una caratteristica comunque indiscutibile di questi paesi sono le case torri, chiamate koshki, vecchie di centinaia di anni.
Le prime furono costruite forse già nel X secolo, la maggior parte nel XIII, e sono state abitate continuamente fino ai primi decenni del XX secolo. 
Alte fino a 25 metri, sono sviluppate molto in altezza e con la parte sommitale leggermente svettante, con tutta una serie di caditoie lungo il perimetro, che permetteva di far piombare, all’eventuale nemico che si approssimava sotto le mura, ogni cosa addosso e di sparagli comodamente in testa.
Attorno a molte case torri e’ addossato un altro edificio, più basso e grande, anch’esso fornito di feritoie e ben fortificato, che permetteva a tutto il clan familiare di trovare un rifugio sicuro.
Solo a Mestia se ne contano diverse decine, mote ancora in buono stato di conservazione, alcune diventate anche caratteristici alberghetti dove si può rivivere, per na notte, la vita degli antichi Svan, come sono chiamati gli abitanti di queste vallate.
Di solito ognuna apparteneva a un clan familiare, allora molto allargato, e spesso in lotta, o meglio, in faida con quella vicina. Certi delitti, certe offese, spesso non si lavavano con il sangue di una persona, ma si tramandavano per generazioni.
Ansche se tutto era governato da un capo villaggio, eletto dagli anziani e saggi del paese, non era facile gestire un popolo spesso continuamente ai limiti della sopravvivenza, legato al raccolto di un anno, a un estate troppo breve, a un inverno troppo freddo. 
Era quasi impossibile ricevere aiuti esterni e l’isolamento di queste valli e’ stato tale che nemmeno i mongoli, che hanno razziato ogni posto, non riuscirono a penetrare nello Svaneti.
La giustizia era però amministrata con severità e spesso, il ladro o l’assassino, venivano puniti con il bando dalla comunità, che era una condanna spesso peggiore della morte.
Singolare l’atto di seppellire una pietra nella terra dopo il pronunciamento di un verdetto da perte del capo villaggio. Non ci si tornava più sopra ,e volenti o nolenti, bisognava accettarlo.
Al centro del paese e’ da non perdere il nuovo museo etnografico, con una raccolta preziosa di icone antiche, recuperate dalle tante chiese sparse per i monti e uniche nel suo genere perché seguono una loro iconografia, manoscritti, croci e altri arredi sacri, ma sopratutto con le straordinarie foto in bianco e nero di Vittorio Sella, alpinista, esploratore e sopratutto fotografo in un tempo in cui ogni lastra fotografica era irripetibile e insostituibile.
Vittorio venne su queste montagne per ben tre volte, nel 1889, nel ’90 e nel ’96, fermando momenti di vita, paesaggi umani e naturali che sono diventati una testimonianza importantissima per la culttura Svan, non solo perché ci sono pochissime altre foto di quei tempi, ma perché sono diventati anche uno strumento per leggere i cambiamenti climatici della terra nell’ultimo secolo.
È’ infatti che proprio  confrontando i ghiacciai fotografati da Vittorio con quelli odierni che il paragone è immediato e sconfortantee; in gran parte si sono arretrati, anche di chilometri!
È difficile pensare oggi, nell’epoca delle macchine digitali, che sfornano immagini di qualsiasi tipo e dimensione e in quantità, a un uomo che doveva viaggiare con una spedizione intera, portando dietro un attrezzatura che richiedeva ore per essere montata e giorni di osservazioni pèr essere posizionata nel posto giusto, per l’ora giusta; non si poteva ripetere lo scatto!
Le lastre, dalle dimensioni di  30×40 centimetri, erano fragili; dovevano essere imballate accuratamente sui basti dei cavalli per non rompersi durante il trasporto, e se avete camminato su questi sentieri, vi domanderete come non hanno fatto ad andare in frantumi!
Qui a Mestia gli hanno dedicato addirittura una via, cosa che nessuno invece ha fatto in Italia.
Il pensiero va poi anche ai primi esploratori di queste zone così impervie del Caucaso che già alla fine dell’800 avevano sfidato le cime dell’Ushba, del Tetnuld e dello Shkhara, tutti alti più del Monte Bianco.
La sera nella guesthouse dove sono alloggiato, sono davanti alla stufa a legna, che fa un bel calduccio, in compagnia del nonno della famiglia che indossa in testa il tipico zuccotto di lana infeltrita marrone; fuori piove.
Ogni tanto il nonno guarda con attenzione un orologio appoggiato sulla credenz,a con il quadrante delle ore inglobato in un cavallo con una ragazza, il tutto dorato e un po’ kitsch, poi mi guarda con fare complice, come dire che lo dobbiamo sapere solo noi, e mi fa capire che è l’ora di un cicchetto e tira fuori la chacha, l’acquavite locale distillata dalla frutta, e me ne offre un bicchierino, mentre lui se ne versa un bicchiere intero.
“Gaumarjos”! Mi fa lui. “Sakartsavelo Gaumarjos”! Gli rispondo io. “Lunga vita alla Georgia”!
Alla quinta occhiata complice gli rispondo; “grazie, ma vado a letto”!

Per vedere alcune straordinarie immagini di Vittorio Sella cliccate qui

Per i prossimi viaggi in Georgia consultate il sito di walden viaggi a piedi


ottobre 5, 2014 / Cento passi

Mestia, nel cuore dello Svaneti

Mestia e’ a 1400 metri di altitudine, la stessa altezza del passo dell’Abetone e di Castelluccio, uno dei luoghi più alti perennemente abitati in Italia.

Ma qui siamo in Georgia e Mestia e’ solo il paese più grande della regione dello Svaneti, ma alcuni villaggi sono situati diverse centinaia di metri ancora più in alto.
Ushguli, a circa 40 km da Mestia, vanta di essere il luogo abitato stabilmente più alto d’Europa, a circa 2200 metri di altezza.
Ma la Georgia rientra in Europa?
Questa è un antica diatriba che non sarà mai chiarita perché dipende da come si considera il continente e i suoi confini orientali; la divisione tra Asia ed Europa ha varie sfumature. La Georgia è comunque uno stato per molti versi più orientato all’Europa che all’Asia, soprattutto come cultura, religione e tradizioni.
Una caratteristica comunque indiscutibile di questi paesi sono le case torri, chiamate koshki, vecchie di centinaia di anni.
Le prime furono costruite forse già nel X secolo, la maggior parte nel XIII, e sono state abitate continuamente fino ai primi decenni del XX secolo. 
Alte fino a 25 metri, sono sviluppate molto in altezza e con la parte sommitale leggermente svettante, con tutta una serie di caditoie lungo il perimetro, che permetteva di far piombare, all’eventuale nemico che si approssimava sotto le mura, ogni cosa addosso e di sparagli comodamente in testa.
Attorno a molte case torri e’ addossato un altro edificio, più basso e grande, anch’esso fornito di feritoie e ben fortificato, che permetteva a tutto il clan familiare di trovare un rifugio sicuro.
Solo a Mestia se ne contano diverse decine, mote ancora in buono stato di conservazione, alcune diventate anche caratteristici alberghetti dove si può rivivere, per na notte, la vita degli antichi Svan, come sono chiamati gli abitanti di queste vallate.
Di solito ognuna apparteneva a un clan familiare, allora molto allargato, e spesso in lotta, o meglio, in faida con quella vicina. Certi delitti, certe offese, spesso non si lavavano con il sangue di una persona, ma si tramandavano per generazioni.
Ansche se tutto era governato da un capo villaggio, eletto dagli anziani e saggi del paese, non era facile gestire un popolo spesso continuamente ai limiti della sopravvivenza, legato al raccolto di un anno, a un estate troppo breve, a un inverno troppo freddo. 
Era quasi impossibile ricevere aiuti esterni e l’isolamento di queste valli e’ stato tale che nemmeno i mongoli, che hanno razziato ogni posto, non riuscirono a penetrare nello Svaneti.
La giustizia era però amministrata con severità e spesso, il ladro o l’assassino, venivano puniti con il bando dalla comunità, che era una condanna spesso peggiore della morte.
Singolare l’atto di seppellire una pietra nella terra dopo il pronunciamento di un verdetto da perte del capo villaggio. Non ci si tornava più sopra ,e volenti o nolenti, bisognava accettarlo.
Al centro del paese e’ da non perdere il nuovo museo etnografico, con una raccolta preziosa di icone antiche, recuperate dalle tante chiese sparse per i monti e uniche nel suo genere perché seguono una loro iconografia, manoscritti, croci e altri arredi sacri, ma sopratutto con le straordinarie foto in bianco e nero di Vittorio Sella, alpinista, esploratore e sopratutto fotografo in un tempo in cui ogni lastra fotografica era irripetibile e insostituibile.
Vittorio venne su queste montagne per ben tre volte, nel 1889, nel ’90 e nel ’96, fermando momenti di vita, paesaggi umani e naturali che sono diventati una testimonianza importantissima per la culttura Svan, non solo perché ci sono pochissime altre foto di quei tempi, ma perché sono diventati anche uno strumento per leggere i cambiamenti climatici della terra nell’ultimo secolo.
È’ infatti che proprio  confrontando i ghiacciai fotografati da Vittorio con quelli odierni che il paragone è immediato e sconfortantee; in gran parte si sono arretrati, anche di chilometri!
È difficile pensare oggi, nell’epoca delle macchine digitali, che sfornano immagini di qualsiasi tipo e dimensione e in quantità, a un uomo che doveva viaggiare con una spedizione intera, portando dietro un attrezzatura che richiedeva ore per essere montata e giorni di osservazioni pèr essere posizionata nel posto giusto, per l’ora giusta; non si poteva ripetere lo scatto!
Le lastre, dalle dimensioni di  30×40 centimetri, erano fragili; dovevano essere imballate accuratamente sui basti dei cavalli per non rompersi durante il trasporto, e se avete camminato su questi sentieri, vi domanderete come non hanno fatto ad andare in frantumi!
Qui a Mestia gli hanno dedicato addirittura una via, cosa che nessuno invece ha fatto in Italia.
Il pensiero va poi anche ai primi esploratori di queste zone così impervie del Caucaso che già alla fine dell’800 avevano sfidato le cime dell’Ushba, del Tetnuld e dello Shkhara, tutti alti più del Monte Bianco.
La sera nella guesthouse dove sono alloggiato, sono davanti alla stufa a legna, che fa un bel calduccio, in compagnia del nonno della famiglia che indossa in testa il tipico zuccotto di lana infeltrita marrone; fuori piove.
Ogni tanto il nonno guarda con attenzione un orologio appoggiato sulla credenz,a con il quadrante delle ore inglobato in un cavallo con una ragazza, il tutto dorato e un po’ kitsch, poi mi guarda con fare complice, come dire che lo dobbiamo sapere solo noi, e mi fa capire che è l’ora di un cicchetto e tira fuori la chacha, l’acquavite locale distillata dalla frutta, e me ne offre un bicchierino, mentre lui se ne versa un bicchiere intero.
“Gaumarjos”! Mi fa lui. “Sakartsavelo Gaumarjos”! Gli rispondo io. “Lunga vita alla Georgia”!
Alla quinta occhiata complice gli rispondo; “grazie, ma vado a letto”!

Per vedere alcune straordinarie immagini di Vittorio Sella cliccate qui

Per i prossimi viaggi in Georgia consultate il sito di walden viaggi a piedi


agosto 20, 2014 / Cento passi

Figuig, l’ultima oasi del Marocco

Figuig, l’ultima oasi del Marocco

 Figuig è davvero l’ultima oasi del Marocco, o comunque la più remota.

Partiamo da Oujda alle 6 di mattina che è ancora notte, per salire sul bus che porterà a Bourfa e da li alla nostra destinazione.

Ci fanno salire con gentilezza sul mezzo e ci riservano i primi due posti dal lato della portiera; potremo così goderci il panorama, ma presto capiamo anche che non è il posto migliore per affrontare un viaggio come questo in inverno.

Il Marocco, in inverno, è freddo, e la strada che attraversa il Col de Jarada sale oltre i 1000 metri di altezza.

A Ain Benimathar scendiamo per qualche decina di minuti e il freddo ci assale, complice anche il vento e l’ora mattutina.

Le persone del posto  più giovani, che ci fanno compagnia alla fermata dell’autobus, sono vestiti leggeri, con una giacchetta o un maglione, tengono le mani in tasca, irrigiditi e saltellano per riscaldarsi, mentre i più vecchi, nella loro djellaba pesante, con il cappuccio sulla testa, sembrano impassibili.

Neanche un tè caldo riesce a farci passare i brividi.

Poi il viaggio riprende, sui grandi rettilinei che portano verso la frontiera con l’Algeria e dai finestrini lame di ghiaccio continuano a tagliarci a fette fino al provvidenziale gesto di compassione dell’autista che ci porte una spessa coperta di cammello con cui riusciamo a resistere fino a Figuig.

Eccoci finalmente nell’ultima oasi del Marocco orientale, a due passi dall’Algeria.

Sulle aguzze colline a sud che dividono l’oasi marocchina da quella algerina di Beni Ounif – una aberrazione coloniale che è costata l’abbattimento di migliaia di palme – si vedono le garitte delle guardi di frontiera, che è meglio non sfidare.

Figuig era una meta ricorrente dei viaggi transahariani che dalle coste del Marocco si inoltravano nelle grandi distese dell’erg algerino per poi arrivare alla mitica città di Timbuctu, ma da anni, le frontiere con il vicino stato sono sigillate e ormai ci si deve venire solo per una scelta ben precisa, ma in genere ben ripagata.

L’arrivo, nella città moderna – che comunque rimane un modesto villaggio – non ha nulla di spettacolare, ma il meglio, deve ancora venire e sul bordo della falesia, la ripida scarpata di qualche decina di metri che delimita l’oasi a nord, si estende sotto di noi il grande palmeto; davvero una macchia di verde inaspettata in questo sconfinato deserto di pietra e rocce.

Abitato fin dall’epoca preistorica, quando il Sahara era molto più verde e ospitale di adesso, l’oasi era conosciuta fin dall’epoca romana e conobbe i vari passaggi di dominio fino a seguire le varie vicissitudini delle varie dinastie marocchine. Fu solo nei primi anni del ‘900 che Figuig conobbe una delle pagine più tristi della sua storia quando fu cannoneggiata dai francesi che si accanirono con più di 600 colpi di cannone sullo ksar di Zenaga distruggendo palme e case.

E qui viveva anche una comunità di ebrei che però è emigrata in Israele negli anni ’50. Il suo quartiere è ancora visibile, ma quel che resta della sinagoga è ormai poco più che un informe ammasso di terra.

Figuig si compone di 7 ksour, o quartieri principali, raggruppati intorno ai nuclei antichi e tradizionali: Laâbidate,  LamaïzHammam  FoukaniHammam  TahtaniLoudaghir,  Ouled  Slimane, che sono nella parte alta sopra la falesia, e Zenaga, il più grande, che invece occupa la parte centrale del palmeto.

I singoli ksour sono di fatto poi un intricato labirinto, fatto di corridoi, sottopassaggi oscuri e porte che si aprono in silenziosi cortili su cui si affacciano le case familiari, il tutto costruito anche per difendersi e disorientare l’eventuale nemico.

Il tutto costruito con mattoni di fango e travi di palma- l’unico legno reperibile – che a prima vista dà un aspetto solido, ma che senza manutenzione, sotto l’assalto delle pur scarse piogge, si sfalda, si scioglie, e in pochi decenni ritorna una massa amorfa di fango. 

Ed è proprio per scongiurare questo disastro che in questi anni l’oasi è stata oggetto di un progetto di restauro affidato all’O.N.G. Africa ’70 che con un team di professionisti ha cercato di restaurare, con il criterio di preservare il più possibile le caratteristiche dell’architettura  locale,  alcuni tratti degli ksar più importanti e soprattutto di far capire agli abitanti del posto il valore dei vecchi edifici e loro miglior abitabilità rispetto alle moderne case in cemento.

Ma non è facile combattere contro il presunto progresso che magari sembra anche più economico nell’immediato e non c’è niente di più vero che delle parole della Yourcenar: “non c’è nulla di più fragile dell’equilibrio dei bei luoghi. Le nostre interpretazioni lasciano intatti persino i testi, essi sopravvivono ai nostri commenti ma il minimo restauro imprudente inflitto alle pietre, una strada asfaltata che contamina un campo dove da secoli l’erba spuntava in pace creano l’irreparabile. La bellezza si allontana; l’autenticità pure.”

Ma ancora ci sono angoli da ammirare; i canali che serpeggiano tra le palme, le grandi vasche di raccolta dell’acqua che sembrano invitanti piscine, le fresche cascate d’acqua sulla falesia, il tramonto sul palmento da cui svettano i minareti, quadrati e massicci, i bianchi mausolei dei marabutti, le donne che con il loro velo bianco, silenziose, rientrano veloci a casa con un fascio d’erba, e se siete fortunati potete trovare una figura indispensabile per la vita dell’oasi; il dispensatore dell’acqua, colui che stabilisce, aprendo e chiudendo i canali d’irrigazione chi e dove irrigare, che con la sua asta graduata segna di quanto è calata l’acqua della vasca di raccolta e il suo relativo costo, da far pagare al proprietario del campo.

Figuig è in lizza con altri luoghi del Marocco per far parte dei siti classificati come Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO, come Taza e la sua grande moschea, la moschea di Tinmel, il Parco naturale di Talassemtane e il parco nazionale di Dakla.

Secondo me il posto lo merita e forse contribuirà a preservarne anche la sua remota bellezza.

Per saperne di più su Africa ‘70

Per venire a fare un trek da queste parti seguite i programmi di walden viaggi a piedi

agosto 26, 2012 / Cento passi

La piscina più bella del mondo

La piscina più bella del mondo

In uno degli angoli più remoti di un’isola greca c’è questa piscina naturale. Situata proprio sul bordo di una scogliera, assolutamente impervia e oltremodo frastagliata, con le onde che s’infrangono e riversano i loro spruzzi all’interno della vasca, resta un mistero la sua origine.

A poca distanza è vero che c’è un antico insediamento, addirittura di epoca dorica, ma non aveva senso prelevare delle pietre qui per portarle là. Non ci sono sentieri che la raggiungono, ma solo tracce che si perdono tra le rocce affioranti e taglienti come coltelli. Solo a saperne l’esatta collocazione e traguardando un palo di legno si può raggiungere, ma non sempre si trovano così tante ragazze al bagno!

www.waldenviaggiapiedi.it

 

giugno 19, 2012 / Cento passi

Il “ventre” del corbezzolo

Il “ventre” del corbezzolo

La superficie liscia, levigata così bene che è un piacere toccarla.

Il colore di un caldo ocra, con una sfumatura che varia verso l’arancione.

Le pieghe laterali che sono simili a quelle di un fianco umano in torsione.

Due fori che sembrano due ombelichi.

Un ventre leggermente tronfio che ricorda un bevitore di birra o meglio un bambino ben pasciuto.

Forse è difficile riconoscere in questo particolare la corteccia di un albero, precisamente un corbezzolo, l’Arbutus Andrachne L.

Lungo il sentiero che porta alle rovine abbandonate di Selge, tra le propaggini dei Monti Tauri in Turchia, lungo il S. Paul Trail, è facile imbattersi in boschi dove questo albero è comune e continua a meravigliare.

maggio 14, 2012 / Cento passi

Domani si parte!

Domani si parte per Va’ dove ti portano i piedi, un’impresa semplice quando originale.

La strada si sta tracciando tra gli amici; domani sera Valeria e Andrea mi aspettano a Pratolino, mercoledì sera Mara mi ha invitato presso il castello del Trebbio, nel cuore del Mugello, poi, si vedrà.

Peppe mi ha consigliato di passare dalla Val Tiberina e di arrivare in Romagna, mi darà una mano, ha detto.

Da Milano, Lisa, mi invita dopo aver letto del mio progetto e ricordandosi che ci siamo incontrati un sacco di anni fa in un campeggio.

Tanti altri mi stanno dando sostegno a questa semplice impresa.

Sono sempre più convinto che: camminare assieme è sempre più un atto sociale che può cambiare il mondo.

Ci sentiamo presto.

maggio 8, 2012 / Cento passi

Và dove ti portano i piedi!

da martedì 15 maggio!!!

Il viaggio a piedi di un errante senza meta, alla ricerca d’incontri umani, grazie a una rete improvvisata di contatti, in un Italia da riscoprire.

 Il progetto è quello di partire da casa a piedi e camminare per più giorni lungo un itinerario che si crea giorno per giorno, grazie ai contatti umani che si stabiliscono, sia grazie ai social network, sia alle conoscenze occasionali lungo il cammino.

Lo scopo è quello di dimostrare che è possibile attraversare un territorio contando solo sull’ospitalità spontanea e la solidarietà umana, dandone voce e testimonianza.

L’idea è anche quella di far tornare in auge e dare una connotazione positiva al vagabondo, l’errante, la persona che si sposta da un posto all’altro portando e condividendo esperienze, racconti e testimonianze.

Come funzionerà? Il primo giorno l’errante partirà da casa propria e a piedi si sposterà, nel raggio di una distanza percorribile a piedi in una giornata, verso la prima tappa, stabilita tramite i social network o con i contatti personali, dove incontrerà la persona che si è resa disponibile all’iniziativa e all’ospitalità.

Il giorno dopo, sempre attraverso i social network o i contatti della persona ospitante, l’errante continuerà il suo cammino verso la seconda tappa e il secondo ospitante. E così via, giorno dopo giorno, la meta serale sarà sempre stabilita a seconda delle opportunità che si presentano, sulla scia di pensiero che non c’è caso negli incontri, ma solo appuntamenti.

Ogni persona che si presta ad aderire a questa iniziativa è pregata di offrire all’errante almeno un posto di riparo per la notte e la disponibilità allo scambio di una testimonianza.

L’errante, sarà comunque autosufficiente con proprio sacco a pelo e materassino e cercherà di dare il meno disturbo possibile e di adattarsi ad ogni situazione.

Il viaggio sarà seguito in parziale diretta, con almeno un collegamento giornaliero sui social network, ma anche su altri media che si mettano a disposizione.

Questo momento sarà quindi importante per parlare di cammini, di avventure, di amicizia, di solidarietà, di condivisione, di decrescita, di semplicità e di far conoscere le persone incontrate, le loro idee, le loro attività e per segnalare i problemi o gli scempi di un territorio.

Leggerezza, imprevedibilità, un vero viaggio vissuto all’ombra del qui e ora ed è l’inizio di una nuova era del camminare…

L’errante per la prima volta sarà Alessandro Vergari, ma tutti siete invitati a prendere il “testimonedi quest’evento e portarlo avanti per conto proprio, anche partendo da casa vostra.

E’ un progetto della fucina del Social Trekking di “Walden viaggi a piedi”!

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maggio 7, 2012 / Cento passi

A Cofete la spiaggia riflette il cielo

A Cofete la spiaggia riflette il cielo

La battigia si trasforma in piena serena, lastra di ghiaccio, superficie di opale levigata.

Le onde assomigliano ai cumuli di bambagia che stanno poco più alti, che incessanti si formano e trasformano.

I cirri si confondono con la schiuma, che per un attimo fugace arabesca la sabbia, e mi confonde con il suo spettacolo di illusionismo, facendomi balenare atolli e isole di un altro lato dell’oceano.

Nel cielo, un gabbiano, graffia un’apostrofo bianco nell’azzurro, mentre, sulla spiaggia, figure umane diventano sempre più piccole, fino a scomparire in un’orizzonte senza fine.