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agosto 20, 2014 / Cento passi

Figuig, l’ultima oasi del Marocco

Figuig, l’ultima oasi del Marocco

 Figuig è davvero l’ultima oasi del Marocco, o comunque la più remota.

Partiamo da Oujda alle 6 di mattina che è ancora notte, per salire sul bus che porterà a Bourfa e da li alla nostra destinazione.

Ci fanno salire con gentilezza sul mezzo e ci riservano i primi due posti dal lato della portiera; potremo così goderci il panorama, ma presto capiamo anche che non è il posto migliore per affrontare un viaggio come questo in inverno.

Il Marocco, in inverno, è freddo, e la strada che attraversa il Col de Jarada sale oltre i 1000 metri di altezza.

A Ain Benimathar scendiamo per qualche decina di minuti e il freddo ci assale, complice anche il vento e l’ora mattutina.

Le persone del posto  più giovani, che ci fanno compagnia alla fermata dell’autobus, sono vestiti leggeri, con una giacchetta o un maglione, tengono le mani in tasca, irrigiditi e saltellano per riscaldarsi, mentre i più vecchi, nella loro djellaba pesante, con il cappuccio sulla testa, sembrano impassibili.

Neanche un tè caldo riesce a farci passare i brividi.

Poi il viaggio riprende, sui grandi rettilinei che portano verso la frontiera con l’Algeria e dai finestrini lame di ghiaccio continuano a tagliarci a fette fino al provvidenziale gesto di compassione dell’autista che ci porte una spessa coperta di cammello con cui riusciamo a resistere fino a Figuig.

Eccoci finalmente nell’ultima oasi del Marocco orientale, a due passi dall’Algeria.

Sulle aguzze colline a sud che dividono l’oasi marocchina da quella algerina di Beni Ounif – una aberrazione coloniale che è costata l’abbattimento di migliaia di palme – si vedono le garitte delle guardi di frontiera, che è meglio non sfidare.

Figuig era una meta ricorrente dei viaggi transahariani che dalle coste del Marocco si inoltravano nelle grandi distese dell’erg algerino per poi arrivare alla mitica città di Timbuctu, ma da anni, le frontiere con il vicino stato sono sigillate e ormai ci si deve venire solo per una scelta ben precisa, ma in genere ben ripagata.

L’arrivo, nella città moderna – che comunque rimane un modesto villaggio – non ha nulla di spettacolare, ma il meglio, deve ancora venire e sul bordo della falesia, la ripida scarpata di qualche decina di metri che delimita l’oasi a nord, si estende sotto di noi il grande palmeto; davvero una macchia di verde inaspettata in questo sconfinato deserto di pietra e rocce.

Abitato fin dall’epoca preistorica, quando il Sahara era molto più verde e ospitale di adesso, l’oasi era conosciuta fin dall’epoca romana e conobbe i vari passaggi di dominio fino a seguire le varie vicissitudini delle varie dinastie marocchine. Fu solo nei primi anni del ‘900 che Figuig conobbe una delle pagine più tristi della sua storia quando fu cannoneggiata dai francesi che si accanirono con più di 600 colpi di cannone sullo ksar di Zenaga distruggendo palme e case.

E qui viveva anche una comunità di ebrei che però è emigrata in Israele negli anni ’50. Il suo quartiere è ancora visibile, ma quel che resta della sinagoga è ormai poco più che un informe ammasso di terra.

Figuig si compone di 7 ksour, o quartieri principali, raggruppati intorno ai nuclei antichi e tradizionali: Laâbidate,  LamaïzHammam  FoukaniHammam  TahtaniLoudaghir,  Ouled  Slimane, che sono nella parte alta sopra la falesia, e Zenaga, il più grande, che invece occupa la parte centrale del palmeto.

I singoli ksour sono di fatto poi un intricato labirinto, fatto di corridoi, sottopassaggi oscuri e porte che si aprono in silenziosi cortili su cui si affacciano le case familiari, il tutto costruito anche per difendersi e disorientare l’eventuale nemico.

Il tutto costruito con mattoni di fango e travi di palma- l’unico legno reperibile – che a prima vista dà un aspetto solido, ma che senza manutenzione, sotto l’assalto delle pur scarse piogge, si sfalda, si scioglie, e in pochi decenni ritorna una massa amorfa di fango. 

Ed è proprio per scongiurare questo disastro che in questi anni l’oasi è stata oggetto di un progetto di restauro affidato all’O.N.G. Africa ’70 che con un team di professionisti ha cercato di restaurare, con il criterio di preservare il più possibile le caratteristiche dell’architettura  locale,  alcuni tratti degli ksar più importanti e soprattutto di far capire agli abitanti del posto il valore dei vecchi edifici e loro miglior abitabilità rispetto alle moderne case in cemento.

Ma non è facile combattere contro il presunto progresso che magari sembra anche più economico nell’immediato e non c’è niente di più vero che delle parole della Yourcenar: “non c’è nulla di più fragile dell’equilibrio dei bei luoghi. Le nostre interpretazioni lasciano intatti persino i testi, essi sopravvivono ai nostri commenti ma il minimo restauro imprudente inflitto alle pietre, una strada asfaltata che contamina un campo dove da secoli l’erba spuntava in pace creano l’irreparabile. La bellezza si allontana; l’autenticità pure.”

Ma ancora ci sono angoli da ammirare; i canali che serpeggiano tra le palme, le grandi vasche di raccolta dell’acqua che sembrano invitanti piscine, le fresche cascate d’acqua sulla falesia, il tramonto sul palmento da cui svettano i minareti, quadrati e massicci, i bianchi mausolei dei marabutti, le donne che con il loro velo bianco, silenziose, rientrano veloci a casa con un fascio d’erba, e se siete fortunati potete trovare una figura indispensabile per la vita dell’oasi; il dispensatore dell’acqua, colui che stabilisce, aprendo e chiudendo i canali d’irrigazione chi e dove irrigare, che con la sua asta graduata segna di quanto è calata l’acqua della vasca di raccolta e il suo relativo costo, da far pagare al proprietario del campo.

Figuig è in lizza con altri luoghi del Marocco per far parte dei siti classificati come Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO, come Taza e la sua grande moschea, la moschea di Tinmel, il Parco naturale di Talassemtane e il parco nazionale di Dakla.

Secondo me il posto lo merita e forse contribuirà a preservarne anche la sua remota bellezza.

Per saperne di più su Africa ‘70

Per venire a fare un trek da queste parti seguite i programmi di walden viaggi a piedi

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